LO SHINTOISMO

Tour in Giappone

 

Yana Viaggi organizza itinerari di gruppo in Giappone coordinati e accompagnati da Yamatologo. Lo Yamatologo è uno specialista vero e proprio, esperto del Giappone che fornisce un bagaglio culturale rispetto al Paese, usanze, storia e tradizioni giapponesi.

In questo documento trovate una breve descrizione della religione Shintoista, una religione piuttosto sconosciuta al grande pubblico occidentale che però determina, pervade la vita quotidiana, il modo di agire del popolo giapponese.

L’etichetta di educazione giapponese, la pulizia, la precisione, il cibo, l’eleganza delle piccole cose, l’importanza dell’onore e il rispetto della tradizione sono temi etici compenetrati dalla teologia shintoista. Una minima conoscenza dello shintoismo può favorire una migliore fruizione e comprensione della organizzazione del viaggio in Giappone, della selezione dei luoghi da visitare.

 

Lo Shintō.

Lo Shintō (神道) è la religione autoctona del Giappone.Il suo nome è composto dal carattere shin (神), che indica le divinità, e dal carattere tō (道), che indica la via. Lo Shintō, dunque, è la via degli dei.

Raffigurazione della dea Amaterasu

Nello Shintō vi sono migliaia di dei (kami): divinità principali che compaiono negli antichi racconti mitologici, come ad esempio la dea del sole AmaterasuŌmikami (il sole è interpretato da una divinità femminile),e una vasta moltitudine di altre divinità, che possono personificare lo spirito di un certo luogo, di un fenomeno naturale (come ad esempio il vento o il tuono), di un essere naturale (come ad esempio il sole, le montagne, i fiumi), un animale (come la volpe o il tanuki, una sorta di procione), oppure eroi leggendari. Anche gli antenati possono assurgere a condizione divina ed essere di conseguenza invocati come entità protettrici della propria famiglia. La stessa Amaterasu, divinità principale del pantheon giapponese, viene tradizionalmente considerata come l’antenata della famiglia imperiale.

Le prime grandi famiglie nobiliari avevano tanta maggior influenza quanta maggiore era l’importanza del nume tutelare cui facevano riferimento. È importante tener presente che il concetto giapponese dikami non equivale al nostro concetto di “Dio”, ma piuttosto a qualcosa che è considerato condurre un livello di esistenza superiore a quello umano (qualcosa di simile, in un certo senso, ai devahindu). Le divinità principali, come Amaterasu, possono essere paragonate agli dei della mitologia greca e romana.Sebbene queste ultime siano considerate divinità, non sono considerate onnipotenti.

Le origini dello Shintō si confondono con la storia dei primi insediamenti umani del periodo Yayoi. Ogni gruppo aveva probabilmente le proprie divinità, i propri kami, ed ognuna di queste divinità è confluita nel pantheon shintō. Ovviamente, maggior importanza fu attribuita alle divinità del clan Yamato, che si era imposto sconfiggendo gli dei di Izumo (vittoria di Amaterasu sul cugino Susano-o no Mikoto).

Shintō e Buddhismonon entrarono in conflitto, ma anzi si rafforzarono a vicenda fino a costituireun unico sistema, all’interno del quale le divinità shintō venivano identificate come manifestazioni terrene didiversi buddha. Solo in seguito alla restaurazione Meiji e alla creazione dello Shintō di Stato le due religioni vennero forzosamente separate (l’era dello Shintō di Stato è durata poco e si chiuse bruscamente con la fine della seconda guerra mondiale. Poco dopo la fine del conflitto l’Imperatore annunciò pubblicamente la rinuncia al suo stato di divinità terrena ma non smentì la discendenza della famiglia imperiale dalla dea Amaterasu).
Proprio perché lo Shintō è coesistito pacificamente con il Buddhismo per oltre un millennio, è molto difficile distinguere nettamente le credenze delle due tradizioni. Alcuni affermano che mentre il Buddhismo pone una certa enfasi anche sulla prossima vita, lo Shintō tende a enfatizzare questa vita e la ricerca della felicità in essa. Sebbene le due tradizioni siano differenti, la maggior parte dei giapponesi non vede alcuna necessità di riconciliarle, e allo stesso tempo pratica entrambe. È comune per molte persone praticare lo Shintō in vita ed essere comunque sepolte con un funerale buddhista.
Non che nello Shintō manchi una visione dell’aldilà. Si parla di paradisi, e si annoverano: l’aldilà del cielo, l’aldilà Yomi, l’aldilà Tokoyo, l’aldilà delle montagne. Questi luoghi non sono descritti né come posti ameni né con caratteristiche infernali, ma come luoghi molto simili al mondo terrestre. La vita dopo la morte, tuttavia, non è una preoccupazione primaria,e l’enfasi è posta sul trovare l’armonia in questo mondo.

Lo Shintō non possiede insiemi vincolanti di dogmi, un luogo santo sopra tutti gli altri da adorare, nessuna persona o kami considerato più sacro degli altri, e nessun insieme definito di preghiere. Lo Shintō ha una collezione di rituali e metodi, intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami. Queste caratteristiche conferiscono allo Shintō un carattere di completezza facendone una religione importante e millenaria.

 

Etica.

Lo Shintō presenta un’infinità di insegnamenti positivi, derivati in parte dai suoi precetti fondamentali. Una prima regola etica è sicuramente la disponibilità verso gli altri. La religione shintō insegna che l’uomo deve sempre offrirsi per aiutare il prossimo, caritatevolmente, sinceramente e amorevolmente, per mantenere l’armonia e il benessere nella società. Lo Shintō, di conseguenza, incita al contenimento dell’egoismo e dell’egocentrismo, e promuove invece l’umiltà. In generale, esso pone al primo posto l’interesse della comunità e il benessere pubblico. Ciò non significa che i diritti individuali e la famiglia siano ignorati. Al contrario, sullo sfondo dei riti religiosisono ampiamente promossi l’intimità, il carattere individuale di una persona, e i suoi rapporti con il prossimo.

 Il MiyajimaTorij
Il MiyajimaTorij

Sebbene lo Shintō non abbia comandamenti assoluti al di fuori del vivere una vita semplice e in armonia con la natura e la comunità, si dice che ci siano Quattro Affermazioni che esprimono tutto lo spirito etico di questa religione:

  • La famiglia è il nucleo principale della vita di una persona, è il gruppo in cui e attraverso cui una persona cresce, e da cui eredita un approccio e una visione del mondo ben precisi. Il nucleo familiare è un fondamento necessario al benessere dell’individuo, e come tale va tutelato e mantenuto armonico.
  • La natura è sacra, in quanto espressione del divino; conservare un contatto con essa comporta il raggiungimento della completezza e della felicità, e significa mantenersi vicini ai kami. Come tale, la natura va rispettata, venerata e soprattutto tutelata, poiché è da essa che deriva l’equilibrio della vita.
  • La pulizia è un componente essenziale dello Shintō: la pulizia consente la purezza, e la purezza è una delle massime virtù. La pulizia è essenziale per condurre una vita armoniosa: il fedele shintō ne fa largo uso, sia su se stesso che negli ambienti in cui vive; i santuarishintō vengono tenuti sempre impeccabilmente puliti dai sacerdoti.
  • Imatsuri sono i festival dedicati ai kami. In questi giorni il fedele shintō prega nei santuari, o nella propria casa. Per festeggiare le divinità, vengono allestite feste, processioni e banchetti. I matsuri vengono organizzati dai santuari o dalle comunità. Queste feste sono parecchie durante l’anno, e vanno da quelle più importanti e nazionali a quelle dei piccoli paesi. I giorni normali sono chiamati ke (“giorno comune”),mentre quelli di festa sono dettihare (“soleggiato” o semplicemente “buono”).
  • Secondo lo Shintō non c’è niente di peccaminoso in sé e per sé: piuttosto, certi atti creano un’impurità rituale, che sarebbe meglio evitarese si vuole ottenere pace mentale e buona fortuna. Questi atti sono chiamati kegare (letteralmente “sporcizia”), e la nozione opposta è kiyome (letteralmente “purezza”).

 

Riti.

I riti di purificazione sono una parte fondamentale dello Shintō e sono stati adottati anche nella vita moderna. Un rito di purificazione personale è legato all’acqua, elemento purificatore per eccellenza: consiste nel resistere sotto a una cascata o nell’eseguire delle abluzioni rituali alla foce di un fiume o nel mare, oppure semplicemente mediante le apposite fonti dei santuari: quest’ultima pratica è richiesta quasi sempre prima dell’accesso al luogo sacro. Tra le altre credenze vi è quella di non pronunciare parole considerate di cattivo auspicio ai matrimoni, come ad esempio la parola ‘tagliare’, o non partecipare ai matrimoni se di recente si è persa una persona cara.

Nelle cerimonie di purificazione vengono generalmente utilizzati vari elementi simbolici, tra i quali spiccano l’acqua, il sale, la sabbia. Gli atti generali di pulizia sono chiamati misogi, mentre nello specifico, la purificazione personale all’ingresso dei santuari, che consiste nel lavarsi mani e bocca, è chiamata temizu, o anche imi. Un rituale misogiancora oggi molto praticato è quello che consiste nel gettare acqua nei dintorni della propria casa, per ottenerne la purezza.

Il sale è, dopo l’acqua, un altro elemento importante nei rituali di purificazione. Le cerimonie legate al sale vengono genericamente chiamate shubatsu. Vi sono varie cerimonie in cui il sale viene sparso in un determinato luogo per eliminare le impurità, chiamate maki-shio (letteralmente “sale sparso”). Di solito all’ingresso delle case vengono posti dei contenitori di sale, chiamati mori-shio, che si crede abbiano l’effetto di purificare chiunque entri nell’abitazione. Il maki-shio è praticato nelle case, e anche, in alternativa o assieme all’acqua, prima della costruzione di un edificio. Il sale viene offerto simbolicamente anche alle divinità, ponendolo sugli altarini domestici, ikamidana.

Il SanjusangendoTemple a Kyoto
Il SanjusangendoTemple a Kyoto

La venerazione corrisponde quasi sempre ad un contatto con il mondo naturale, il che rende i santuari oasi di pace all’interno delle caotiche città. Il culto presso i santuari sottolinea l’appartenenza dell’uomo all’universo di cui è parte. I riti aiutano il fedele a comprendere la via che deve intraprendere nella vita, gli offrono forza e sostegno per superare le difficoltà, e supportano la sua visione spirituale del mondo, tra sacralità e purezza.

L’estetica del santuario, sostanzialmente, è un elemento fondamentale per la preghiera, e la venerazione è un tutt’uno con essa. Il santuario è infatti considerato un edificio mistico, un luogo in cui è possibile trovare un contatto e respirare la sacralità del mondo, una sacralità che il luogo stesso in un certo senso canalizza.

La venerazione non è un atto esclusivamente pubblico: è praticata anche tra le mura domestiche. È comune allestire degli altarini, chiamati kamidana (letteralmente “mensola dei kami”), su cui spesso viene posizionato uno specchio e altri oggetti sacri, come ad esempio degli amuleti acquistabili presso i santuari. L’altare è utilizzato per offrire alle divinità incenso ealtri elementi tradizionali come il sale, l’acqua e il riso.

In aggiunta a santuari ed altari domestici, un luogo considerato sacro, a volte addirittura di più degli edifici costruiti dall’uomo, è la natura stessa. Montagne, laghi, isole, scogliere, spiagge, foreste, prati. Dato che questi ambienti incontaminati sono la massima espressione del divino, rappresentano una delle vie per giungere alla contemplazione del sacro e alla percezione della dimensione divina dell’universo.

Attualmente i sacerdoti shintō possono essere sia donne che uomini, e per diventare sacerdoti bisogna frequentare un seminario. Anticamente la carica era ereditaria, e veniva passata esclusivamente tra famigliari. Alcunisantuari a conduzione famigliare esistono ancora oggi, ma il loro numero è esiguo.In ogni caso, i sacerdoti shintō si possono sposare ed avere figli, secondo i loro desideri. Un ruolo molto importante, nei riti shintō, è quello dellemiko, le cosiddette “vergini”: ragazze adolescenti (solitamente le figlie del sacerdote) vestite con il classico abito bianco e rosso, che assistono il sacerdote nei preparativi delle feste.

 

I torii.

Uno dei principali simboli dello shintō sono i torii, ossia i portali, spesso di colore rosso, che marcano l’accesso ai santuari. L’origine di questo simbolo si perde nella notte dei tempi, ma non così il significato della parola. “Tori”, con una sola “i”, significa uccello:si narra che i primi toriifossero una sorta di trespoli destinati ad ospitare uccelli, simbolidel contatto tra terra e cielo, ovvero tra il mondo umano e quello divino.I torii indicano quasi sempre la presenza di un santuarioshintō nelle vicinanze, e sono posizionati in zone caratterizzate da grande bellezza o in punti molto particolari.

I sacerdoti shintō passano sotto i torii.
I sacerdoti shintō passano sotto i torii.

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